Ci sono giornate in cui ci sorprendiamo a fare cose davvero buffe. Apriamo il frigorifero e, una volta arrivati davanti ai ripiani, ci chiediamo cosa ci fossimo venuti a cercare. Entriamo in una stanza e ci fermiamo sulla soglia con quella curiosa sensazione di avere lasciato il cervello nella stanza precedente. Prendiamo il telefono per controllare un messaggio e, senza rendercene conto, ci ritroviamo venti minuti dopo a guardare un video che non ricordiamo nemmeno come sia comparso sullo schermo. Di solito sorridiamo, scuotiamo la testa e concludiamo che stiamo perdendo la memoria. Eppure, forse, la memoria c’entra molto meno di quanto immaginiamo.
Forse il punto è un altro. Per dimenticare perché abbiamo aperto il frigorifero dobbiamo, in qualche modo, esserci allontanati da quel momento. Il nostro corpo è rimasto lì, davanti allo sportello aperto, ma la nostra attenzione aveva già preso un’altra direzione. Magari stava ancora discutendo una conversazione avvenuta tre giorni prima, oppure stava preparando la risposta perfetta a qualcosa che qualcuno avrebbe potuto dirci domani. Forse stava organizzando il pranzo della domenica, risolvendo un problema di lavoro o cercando di salvare il mondo. Una cosa, però, è certa: non era lì.
Ed è curioso osservare quanto questo accada proprio nei periodi in cui la vita sembra accelerare. Rudolf Steiner raccontava che l’estate è la stagione dell’espansione. La natura è nel suo massimo splendore, la luce sembra non finire mai e tutto ci invita a uscire, a muoverci, a vivere, a incontrare persone e a riempire le giornate di esperienze. Non vedeva l’estate come un periodo negativo ma ricordava che proprio questa apertura verso l’esterno rende più facile disperdersi e perdere il contatto con il nostro centro. Le cosiddette forze dell’ostacolo, nella sua visione, non sono mostri invisibili che ci assalgono ma tutte quelle tendenze che, con estrema naturalezza, ci allontanano dalla nostra presenza.
Forse è anche per questo che l’estate può diventare una straordinaria palestra interiore. Non perché ci chieda di fare meno ma perché ci invita a restare con noi stessi mentre la vita continua a chiamarci da mille parti diverse.
Quando iniziamo a guardarci con un po’ più di attenzione ci accorgiamo che queste piccole sparizioni quotidiane non riguardano soltanto il frigorifero o le chiavi dimenticate. Riguardano il modo in cui abitiamo le nostre giornate. Una parte di noi resta incastrata nelle preoccupazioni, un’altra continua a rivivere qualcosa che è già successo, un’altra ancora prova ad anticipare tutto quello che potrebbe accadere. In bioenergetica diremmo che la nostra energia si frammenta. Piccoli pezzi di noi rimangono agganciati a persone, doveri, paure, aspettative e questioni irrisolte, mentre il presente continua a scorrere senza riuscire davvero a incontrarci.
È un po’ come vivere in tante case contemporaneamente senza abitare davvero nessuna. E così finiamo per convincerci di essere distratti, quando forse siamo semplicemente troppo distribuiti.
Questa tendenza a lasciare continuamente il presente assume spesso una forma ancora più elegante, quella che durante il Salotto abbiamo chiamato la “Sindrome del Poi”. È quella voce gentile che ci accompagna per anni sussurrandoci che ci riposeremo poi, che inizieremo quel progetto poi, che ci prenderemo cura di noi poi, che saremo felici poi. Il futuro diventa una promessa rassicurante e il presente una semplice sala d’attesa. Il problema è che quel “poi” ha una strana abitudine: quando arriva, si sposta ancora un po’ più avanti. E mentre continuiamo a rincorrerlo, rischiamo di trasformare la vita in una lunga preparazione alla vita stessa.
La nostra mente, in fondo, fa esattamente ciò per cui è stata costruita. Ripensa al passato per cercare di evitare gli errori e corre nel futuro per prepararsi a ciò che potrebbe accadere. È un meccanismo prezioso, che ci ha aiutati a sopravvivere per migliaia di anni. Il problema nasce quando smettiamo di fare visita al passato e al futuro e decidiamo di trasferirci lì. C’è chi abita quasi stabilmente nel museo dei ricordi, chi trascorre intere giornate nel tribunale degli errori e chi ha preso casa nell’aeroporto delle preoccupazioni, aspettando voli che forse non partiranno mai. Nel frattempo il presente rimane lì, paziente, ad aspettare che qualcuno torni ad abitarlo.
La presenza, però, non riguarda soltanto il rapporto con noi stessi. Riguarda anche il modo in cui incontriamo gli altri. Quante volte continuiamo a guardare le persone attraverso fotografie ormai ingiallite? Vediamo ancora nostro figlio come il bambino che era, il partner attraverso vecchie discussioni ormai concluse o noi stessi con definizioni che ripetiamo da anni: “Io sono fatto così”, “Io non riesco”, “Io sono sempre stato questo”. Eppure la vita cambia continuamente. Le persone cambiano. Noi cambiamo. Forse amare davvero significa avere il coraggio di guardare ancora una volta, come se fosse la prima.
In fondo possediamo tutti una collezione silenziosa di momenti perduti. Un tramonto osservato distrattamente mentre rispondevamo a un messaggio, una carezza ricevuta senza accorgercene, una risata ascoltata a metà, una tazza di tè bevuta pensando già a quello che avremmo dovuto fare dopo. Non succede perché siamo superficiali. Succede perché la mente è naturalmente attratta da ciò che manca, da ciò che deve essere risolto, da ciò che potrebbe rappresentare un problema. Così rischiamo di passare accanto a tante piccole meraviglie senza registrarle davvero.
Forse è proprio qui che nasce il più grande paradosso. Passiamo la vita a cercare serenità, gioia, amore e abbondanza come se fossero luoghi lontani da raggiungere, dimenticando che tutte queste esperienze possono esistere soltanto nel momento presente. Nessuno ha mai vissuto ieri. Nessuno vivrà mai domani. Ogni ricordo che oggi custodiamo come prezioso, quando è accaduto era semplicemente un istante qualunque che stavamo vivendo. E forse la presenza non è una tecnica da imparare né una disciplina da esercitare alla perfezione. Forse è un piccolo atto di fiducia. La fiducia che questa giornata, pur imperfetta, contenga già qualcosa che merita di essere vissuto. Che questa persona, seduta davanti a noi, meriti di essere incontrata davvero. E che anche noi meritiamo di abitare pienamente la nostra vita, proprio adesso, senza aspettare un altro “poi”. Perché, forse, il grande segreto non è trovare una vita straordinaria, ma accorgersi che la nostra vita ci sta aspettando esattamente nel punto in cui siamo.
Forse, in fondo, la presenza non è qualcosa che si conquista una volta per tutte. È un sentiero che si percorre ogni giorno, con piccoli ritorni, piccole soste e nuovi sguardi. E, come accade in ogni cammino importante, ci sono momenti in cui procediamo da soli e altri in cui avere qualcuno accanto rende tutto più semplice, più chiaro e persino più leggero. L’importante è non smettere di tornare, ogni volta, nel luogo più importante che abbiamo: noi stessi.
Dal mio mondo buono, con amore
Cinzia OveralCoach

