Quando le ferite iniziano a presentarsi al posto tuo

Credo che dentro ogni essere umano esista una parte molto antica, viva e profondamente autentica, una parte che non ha bisogno di essere costruita, insegnata o meritata e che, prima delle paure, delle ferite e delle aspettative del mondo, possieda già una sua direzione naturale. Una direzione che tende alla vita, non necessariamente a una felicità perfetta e irreale, ma a quel movimento spontaneo che porta verso la gioia, la creatività, l’amore, la scoperta e la libertà di esprimersi.

Io la chiamo identità sacra.

Non in senso religioso, ma nel senso più naturale e profondo della parola: qualcosa che appartiene intimamente alla nostra essenza.

Perché nessuno nasce desiderando di spegnersi, chiudersi o vivere nella paura. All’inizio c’è spesso un bambino che ride senza trattenersi, che canta senza chiedersi se è bravo, che si emoziona per una pozzanghera, per il vento, per una lucciola o per il rumore del mare. C’è una libertà spontanea nell’essere umano quando è ancora vicino alla propria natura.

Poi, lentamente, qualcosa cambia.

Quella parte spontanea e autentica inizia a incontrare regole, aspettative, giudizi e modelli da seguire e così iniziamo a imparare non tanto chi siamo… ma chi siamo obbligati a diventare per essere accolti, approvati e amati.

Perché molto spesso il sistema non premia la libertà. Premia l’adattamento.

Allora il bambino osserva e capisce rapidamente quali parti di sé vengono accolte e quali invece disturbano. Se è troppo vivace viene corretto, se è troppo sensibile viene definito fragile, se fa troppe domande diventa “difficile”, se esprime rabbia viene contenuto. E lentamente la spontaneità lascia spazio al controllo.

Molte persone non perdono sé stesse all’improvviso. Si allontanano piano. Un adattamento alla volta.

Ed è proprio lì che iniziano a formarsi le ferite interiori.

Le ferite non sono solo eventi. Sono interpretazioni profonde della vita. Perché due persone possono vivere la stessa esperienza e costruire mondi interiori completamente diversi. Davanti a una critica qualcuno penserà “devo migliorare”, qualcun altro invece “non andrò mai bene”. Davanti a un abbandono qualcuno continuerà a cercare amore ovunque, mentre qualcun altro deciderà inconsciamente di non avere più bisogno di nessuno.

Così nascono la ferita del rifiuto, che porta a sentirsi di troppo anche quando nessuno ci sta rifiutando davvero; quella dell’abbandono, che rende difficile sentirsi sicuri nell’amore; quella dell’umiliazione, che spinge a vergognarsi di sé e a nascondersi dietro ironia o autosvalutazione; quella del tradimento, che trasforma il controllo in un tentativo disperato di sentirsi al sicuro; e quella dell’ingiustizia, che costruisce persone forti, perfette e performanti… ma spesso lontane dalle proprie emozioni.

Ma la ferita non è il problema. Tutti veniamo feriti, in modi diversi.

Il problema nasce quando iniziamo a identificarci con quella ferita, quando smettiamo di dire “ho vissuto questo” e iniziamo a dire “io sono questo”.

Ed è qui che avviene la cristallizzazione.

Una cosa è ciò che siamo profondamente. Un’altra cosa è ciò che abbiamo imparato a fare per sentirci al sicuro.

Un comportamento è una risposta, una strategia, qualcosa che facciamo: ci chiudiamo, controlliamo, scappiamo, compiacciamo, attacchiamo, tratteniamo. E proprio perché è qualcosa che facciamo… può cambiare.

La personalità, invece, è l’insieme dei modi con cui impariamo a stare nel mondo. È fatta di abitudini, difese, automatismi, strategie e modi relazionali. Non nasce completa. Si costruisce.

Il carattere è spesso una difesa usata così tante volte da sembrarci naturale.

Ripetiamo un comportamento così a lungo… che smettiamo di vederlo come comportamento e iniziamo a chiamarlo carattere.

“Allora io sono fatto così.”
“Io sono ansioso.”
“Io sono freddo.”
“Io sono controllante.”

Ma forse non è identità. Forse è sopravvivenza ripetuta.

Non sei nato controllante. Forse hai imparato che controllare ti faceva sentire al sicuro. Non sei nato perfezionista. Forse hai imparato che sbagliare costava amore. Non sei nato freddo. Forse hai imparato che sentire troppo faceva male.

Perché l’identità profonda non è il comportamento, non è la strategia e non è la ferita. L’identità dell’Anima non sparisce. Viene coperta.

Eppure, la vita continua a riportarci lì.

L’universo sembra muoversi per risonanza e ciò che dentro di noi resta irrisolto continua spesso a richiamare esperienze che lo rendano visibile. Non come punizione, ma come movimento naturale dell’evoluzione.

Così c’è chi continua a sentirsi rifiutato, chi incontra relazioni instabili, chi vive dinamiche di svalutazione o arriva vicino alla realizzazione… e poi blocca tutto.

E spesso pensiamo che sia sfortuna.

Ma forse la vita non ci sta punendo. Forse ci sta mostrando qualcosa che ancora chiede guarigione.

La vita spesso sussurra prima di gridare. All’inizio arriva un disagio, poi una ripetizione, poi un blocco più forte, come se qualcosa dentro di noi dicesse: “Guardami. Adesso guardami davvero.”

Perché la ferita non è il destino finale. È il punto del sentiero in cui l’Anima sta chiedendo evoluzione.

Ed è qui che arriva il ritorno.

La guarigione non è diventare perfetti, né imparare a essere sempre positivi, né costruire un personaggio spirituale impeccabile. È smettere lentamente di identificarci con le nostre difese.

Il lavoro interiore non serve a diventare qualcun altro. Serve a tornare interi.

E forse ogni percorso autentico, qualunque forma scelga, porta sempre verso lo stesso punto: tornare il più vicino possibile al bambino originario, a quella parte spontanea, viva, libera e autentica che esisteva prima della paura, prima dell’adattamento e prima delle maschere.

Tornare all’identità sacra. Perché forse dentro di noi non c’è qualcuno da aggiustare. Forse c’è qualcuno da ritrovare. E forse il punto più importante di tutto questo è ricordare che non siamo obbligati a fare questo viaggio da soli.

A volte bastano una parola giusta, uno spazio sicuro, qualcuno che sappia guardare oltre il comportamento e riconoscere la ferita senza giudicarla, per iniziare lentamente a tornare verso sé stessi.

Nel mio lavoro accompagno le persone proprio in questo: riconoscere ciò che hanno imparato a diventare per sopravvivere, sciogliere convinzioni profonde, ascoltare il corpo, le emozioni, le memorie interiori e ritrovare, passo dopo passo, quella parte autentica che spesso è stata solo nascosta… mai davvero perduta.

Lo faccio attraverso strumenti diversi, perché ogni persona ha un sentiero unico: coaching olistico, lavoro energetico, ThetaHealing, Reiki, meditazioni, ascolto profondo, tecniche corporee e percorsi di consapevolezza.

Ma al di là degli strumenti, il cuore resta sempre lo stesso:

tornare il più vicino possibile a ciò che siamo davvero.

E forse, a volte, la guarigione inizia proprio così… nel momento in cui smettiamo di considerarci sbagliati e iniziamo finalmente a guardarci con rispetto e compassione.

Dal mio mondo buono

Con tutto il mio amore

Cinzia OverallCoach

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