Il dialogo interiore: quella vocina che commenta tutto

Come trasformare il critico interiore in una voce alleata

Ci sono momenti della giornata in cui tutto sembra scorrere normalmente, fai qualcosa di semplice, quotidiano, magari dici una frase, prendi una decisione, compi un gesto qualunque… e subito, quasi senza accorgertene, parte una voce. “Brava… potevi farlo meglio però.” “Ma davvero hai detto questa cosa?” “No vabbè, figurati se andrà bene…” È una presenza sottile, costante, instancabile, come una telecronaca che non abbiamo mai scelto di ascoltare e che invece ci accompagna ovunque, commentando non solo ciò che facciamo… ma spesso chi siamo.

È una di quelle cose che diamo per scontate, come se fosse naturale che dentro ci sia qualcuno che valuta, misura, corregge, anticipa, a volte punzecchia, a volte trattiene. Eppure, se ci fermassimo un momento ad ascoltarla davvero, ci accorgeremmo che questa voce ha una sua struttura, un suo ritmo, una sua direzione. In PNL viene chiamata dialogo interno ed è quella parte di noi che trasforma ogni esperienza in un racconto, ogni gesto in un significato, ogni scelta in una interpretazione.

Quando entriamo nel dialogo interno la nostra attenzione si ritira leggermente dal mondo esterno e si sposta verso l’interno, come se qualcosa dentro di noi iniziasse a parlare in uno spazio più raccolto. Non è un errore, non è un problema, è una funzione naturale della mente. Il punto è che, molto spesso, questo dialogo non resta neutro ma entra in un movimento circolare che si alimenta da solo.

Nasce un pensiero, magari leggero, quasi impercettibile… “non sono stata abbastanza capace”… e quel pensiero genera una sensazione nel corpo, una piccola contrazione, un’incertezza, un’ombra di dubbio. E da quella sensazione emergono altri pensieri, coerenti con ciò che stiamo provando… “ecco, lo sapevo… non vado bene… figurati se la prossima volta sarà diverso…” e così, senza accorgercene, entriamo in un loop, un cerchio in cui il dialogo interno alimenta l’emozione e l’emozione rafforza il dialogo interno, rendendo tutto sempre più vero, sempre più convincente.

E allora sembra che sia la realtà a farci sentire in un certo modo, mentre spesso è il modo in cui ce la raccontiamo dentro a creare ciò che sentiamo.

Ed è qui che arriva una svolta silenziosa ma profondissima, una di quelle che non fanno rumore ma cambiano lo sguardo. Quella voce non è cattiva. Non nasce con noi. È una voce imparata. Nel tempo ha raccolto frasi, toni, aspettative, sguardi, ha preso forma attraverso le esperienze, attraverso ciò che abbiamo vissuto e anche attraverso ciò che abbiamo percepito come necessario per essere accettati, per essere amati, per essere all’altezza.

A volte ha il suono di qualcuno che abbiamo incontrato davvero, altre volte è un intreccio di più presenze, altre ancora è semplicemente il modo che abbiamo trovato, da piccoli o in momenti delicati, per proteggerci. Perché, se la ascoltiamo bene, quella vocina ha un intento, anche quando non ci piace: evitare errori, evitare giudizi, evitare il rischio di non andare bene.

Solo che lo fa con un linguaggio duro, diretto, a volte spigoloso. È come se volesse prendersi cura… ma utilizzando parole che non sanno accarezzare.

E allora, piano piano, qualcosa cambia. Non siamo più davanti a un nemico da combattere ma a qualcosa che, in un momento della nostra vita, ha avuto un senso.

Quando iniziamo a vederla così, possiamo anche permetterci di fare un passo in più, quasi un gioco, ma di quelli che aprono davvero: dare un volto a quella voce. Immaginarla come un personaggio, riconoscerne l’espressione, il tono, la postura. C’è chi scopre un’insegnante severa che corregge tutto, chi un allenatore che pretende sempre di più, chi una figura ansiosa che prevede ogni possibile errore, chi un osservatore instancabile che analizza ogni dettaglio.

E mentre sorridiamo nel riconoscerla… accade qualcosa di importante. Quella voce smette di essere “noi” e diventa qualcosa che possiamo osservare. E quando osservi, inizi già a respirare un po’ di più.

A quel punto non serve zittirla, non serve scacciarla, non serve vincere una battaglia interiore. Possiamo fare qualcosa di molto più semplice e molto più trasformativo: cambiare relazione.

Possiamo immaginarla davanti a noi, non più sopra, non più dentro che parla senza spazio, ma lì, presente, visibile. E da quello spazio nuovo possiamo farle una domanda diversa, una domanda che apre invece di chiudere: di cosa ti stai preoccupando per me?

E sotto il giudizio, spesso, non troviamo durezza. Troviamo paura. Troviamo il bisogno di proteggere. Troviamo il desiderio di essere al sicuro, di essere visti, di non sbagliare. È una voce che ha imparato a spingere perché non conosceva altri modi per restare vicina.

E qui può accadere qualcosa di ancora più profondo. Possiamo riconoscerla. Riconoscere il suo intento. E nel momento in cui noi siamo in grado di vedere il suo bisogno di protezione, di sicurezza, di guida… anche quella voce può iniziare a vedere noi per ciò che siamo oggi.

Non più la persona che aveva bisogno di essere controllata, non più la versione fragile che doveva essere tenuta stretta ma una persona capace di presenza, di scelta, di direzione.

E in questo incontro, senza sforzo, senza spiegazioni, qualcosa si trasforma.

È come se quella voce si accorgesse di aver ecceduto nel suo tentativo di aiutare, come se riconoscesse di aver creato, a volte, proprio quelle insicurezze che poi ha continuato a sottolineare. E da questo riconoscimento può nascere qualcosa di nuovo, qualcosa di molto umano: una forma di alleanza.

Non c’è più bisogno di giudicare, non c’è più bisogno di controllare ogni passo. La voce non scompare, non viene eliminata, ma cambia ruolo. Da giudice diventa presenza, da controllo diventa sostegno, da rigidità diventa calore.

E può iniziare a collaborare: suggerire invece di imporre, stare accanto invece di stare sopra.

È un passaggio sottile ma rivoluzionario, perché non si tratta più di liberarsi da qualcosa ma di integrare, di permettere a una parte di noi di evolvere insieme a noi.

E allora, forse, il punto non è diventare perfetti dentro. Non è eliminare ogni pensiero critico, non è raggiungere un silenzio assoluto. Il punto è non sentirsi più soli dentro.

Ci sono voci che abbiamo imparato per sopravvivere… e poi ci sono voci che possiamo scegliere per vivere.

E forse non si tratta di far tacere quella vocina… ma di non lasciarla più parlare da sola.

Perché quando dentro nasce un dialogo vero… inizia anche una forma nuova di libertà.

E se, mentre leggi queste parole, hai riconosciuto quella voce,
se in qualche passaggio ti sei vista/o, anche solo per un istante,
forse non è un caso.

Ci sono momenti in cui possiamo fare piccoli cambiamenti da soli e altri in cui sentiamo che è il tempo di essere accompagnati.

Non perché manchi qualcosa ma perché c’è qualcosa che chiede di essere visto più a fondo, con più presenza, con più cura.

Nel mio mondo buono, il lavoro insieme nasce proprio così: non per aggiustare, non per correggere, non per diventare qualcun altro ma per incontrarsi davvero, in uno spazio in cui anche le parti più rigide possono finalmente sciogliersi e le voci più dure possono trasformarsi senza essere respinte.

Se senti che questo tema ti appartiene,
se senti che è il momento di fare un passo in più, scrivimi…

Senza impegno, senza aspettative…
solo per capire insieme se questo può essere anche un tratto del tuo Sentiero.

E da lì…iniziare, con calma, a camminare insieme,

perché in due, ogni cosa, pesa la metà!

Con tutto il mio amore

Cinzia OverallCoach

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