Le istruzioni per l’uso non erano incluse
Ci sono momenti nella vita in cui viene da chiedersi se uomini e donne appartengano davvero alla stessa specie. Non serve arrivare ai grandi temi dell’esistenza o alle decisioni importanti: basta una normale serata qualunque, una giornata difficile raccontata davanti a una tazza di tè o una semplice frase pronunciata con le migliori intenzioni per accorgersi che, a volte, sembriamo davvero provenire da pianeti diversi.
Molti anni fa John Gray trasformò questa osservazione in uno dei libri più famosi dedicati alle relazioni, Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, raccontando in modo leggero e divertente qualcosa che quasi tutti abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita: il fatto che spesso non litighiamo perché non ci amiamo abbastanza, ma perché interpretiamo la realtà attraverso mappe completamente diverse.
Forse è per questo che una persona torna a casa dopo una giornata pesante, si siede sul divano e dice semplicemente: “Che giornata terribile”, aspettandosi ascolto, comprensione e magari un po’ di vicinanza emotiva, mentre la persona che ha accanto attiva immediatamente il proprio sistema interno di problem solving e risponde con entusiasmo: “Perché non fai così? Perché non gli dici questo? Perché non cambi approccio? Perché non affronti la situazione in un altro modo?”. Nel giro di pochi minuti si crea uno di quei piccoli cortocircuiti relazionali che fanno sorridere quando li osserviamo dall’esterno e fanno disperare quando li viviamo in prima persona. Chi raccontava si sente ignorato, chi proponeva soluzioni si sente respinto e nessuno dei due riesce a comprendere dove sia nato il problema.
Eppure il problema, molto spesso, non nasce da una mancanza d’amore. Nasce dal fatto che una persona sta cercando ascolto mentre l’altra sta cercando di essere utile. Una sta cercando presenza, l’altra sta offrendo soluzioni. Entrambe stanno facendo del loro meglio e, paradossalmente, proprio per questo finiscono per non incontrarsi.
Gray osserva come molte donne tendano a elaborare ciò che sentono attraverso il racconto. Parlare non è soltanto descrivere ciò che è accaduto; parlare è comprendere, mettere ordine, dare forma a emozioni che fino a pochi minuti prima erano soltanto sensazioni confuse. Per questo motivo il racconto può allargarsi, prendere strade apparentemente secondarie, attraversare dettagli, persone, episodi e ricordi che a chi ascolta sembrano lontani dal punto centrale ma che, in realtà, fanno parte del percorso necessario per arrivarci. Molti uomini, invece, ascoltano quella stessa narrazione cercando immediatamente il problema da risolvere. È come se dentro di loro si accendesse una piccola officina mentale nella quale tutto viene analizzato, catalogato e indirizzato verso una possibile soluzione. Il risultato è che mentre una persona si sente finalmente accolta nel proprio racconto, l’altra si sta già chiedendo quale sia il modo più rapido per aggiustare la situazione.
Da qui nasce il celebre “aggiustatutto” descritto da Gray, quella figura che compare puntualmente quando qualcuno esprime una difficoltà. Non importa che si tratti di una collega antipatica, di una discussione in famiglia o di una giornata storta: il marziano vede un problema e sente il bisogno di intervenire. È una forma d’amore, almeno nelle sue intenzioni. Il punto è che non sempre ciò di cui abbiamo bisogno è una soluzione. A volte abbiamo semplicemente bisogno che qualcuno sieda accanto a noi mentre attraversiamo ciò che stiamo vivendo.
La situazione si complica ulteriormente quando entra in scena quella che Gray definisce la “caverna”. Chiunque abbia condiviso la propria vita con un uomo sa probabilmente di cosa si tratta. A volte qualcosa lo preoccupa, qualcosa occupa i suoi pensieri, qualcosa richiede attenzione e lui, invece di parlarne, si ritira. Non necessariamente in senso fisico. A volte continua a essere presente nella stanza, ma è evidente che una parte della sua attenzione si sia spostata altrove. È lì che nasce una delle conversazioni più antiche della storia delle relazioni. “Che hai?” “Niente.” “Sicuro?” “Sì.” “Ce l’hai con me?” “No.” E mentre la venusiana cerca disperatamente di comprendere cosa stia accadendo, il marziano spesso sta semplicemente elaborando un problema nel modo che gli è più naturale: in silenzio.
La cosa affascinante è che nessuno dei due sta sbagliando. Uno cerca il silenzio per comprendere, l’altra cerca il dialogo per comprendere. Uno si ritira, l’altra si avvicina. Uno riflette, l’altra condivide. Sono strategie diverse per affrontare la stessa esperienza umana.
Le differenze non finiscono qui. Gray osserva che uomini e donne spesso attribuiscono valore a gesti differenti e questo genera altri malintesi apparentemente inspiegabili. Molti uomini tendono a esprimere il proprio amore attraverso grandi azioni concrete. Sistemano ciò che si rompe, affrontano problemi pratici, si occupano di questioni importanti e, attraverso quei gesti, comunicano cura e presenza. Molte donne, invece, si sentono amate attraverso una costellazione di piccole attenzioni quotidiane: una domanda fatta al momento giusto, un messaggio inatteso, una carezza, un ascolto sincero, il ricordo di qualcosa che per loro è importante. Così capita che lui pensi di aver dimostrato il proprio amore dedicando un intero fine settimana a sistemare qualcosa in casa, mentre lei continui a sentire la mancanza di una semplice domanda: “Come stai?”. Oppure che lei riempia le giornate di piccoli gesti d’affetto e lui non si accorga nemmeno che quelli, per lei, rappresentano una vera dichiarazione d’amore.
E forse una delle immagini più divertenti sarebbe quella di un traduttore simultaneo per le relazioni. Un apparecchio capace di trasformare le parole nel loro significato emotivo. Perché quando qualcuno dice “Non mi ascolti mai”, spesso non sta parlando di ascolto ma di importanza. Quando qualcuno dice “Lasciami stare”, spesso non sta chiedendo distanza ma tempo. Quando qualcuno dice “Va tutto bene”, a volte significa semplicemente che non ha ancora trovato le parole per spiegare ciò che sente. E quando qualcuno pronuncia il famigerato “Fai quello che vuoi”, chiunque abbia un minimo di esperienza relazionale sa perfettamente che quella frase non significa affatto fare quello che si vuole.
Tra tutte le riflessioni di Gray, però, ce n’è una che continua a colpirmi particolarmente perché parla di qualcosa che va oltre le relazioni di coppia e riguarda il modo in cui ci prendiamo cura delle persone che amiamo. È la storia del principe e della principessa. All’inizio della relazione la principessa guarda il principe con occhi pieni di fiducia. Lo vede capace, intelligente, forte, degno di stima. Lui si sente visto, riconosciuto e valorizzato. Poi passano gli anni e, quasi senza accorgersene, la principessa inizia a vedere tutte le cose che il principe potrebbe fare meglio. Potrebbe organizzarsi meglio, comunicare meglio, scegliere meglio, guidare meglio, ricordarsi più cose, fare più attenzione. Così i suggerimenti iniziano a moltiplicarsi. Le correzioni diventano sempre più frequenti. I consigli arrivano anche quando non sono stati richiesti. E ciò che nasce come desiderio di aiutare finisce spesso per essere percepito come una mancanza di fiducia.
È un passaggio delicato perché quasi nessuno corregge chi ama per cattiveria. Lo facciamo perché vediamo una strada, una possibilità, una soluzione. Lo facciamo perché desideriamo alleggerire la fatica dell’altro. Eppure esiste una differenza sottile tra aiutare qualcuno e sostituirsi a lui. Esiste una differenza tra sostenere e correggere. Esiste una differenza tra accompagnare e cercare continuamente di migliorare.
Forse le relazioni più belle non nascono quando troviamo qualcuno che ci assomiglia perfettamente, ma quando smettiamo di voler aggiustare chi abbiamo davanti e iniziamo davvero ad ascoltarlo. È in quel momento che Marte e Venere smettono di essere pianeti lontani e diventano finalmente una casa nella quale entrambe le lingue possono essere comprese, accolte e amate.
E forse è proprio questo il dono più grande che ogni incontro può lasciarci: ricordarci che comprendere è molto più prezioso che avere ragione, che ascoltare è spesso un gesto d’amore più potente di qualsiasi consiglio e che, dietro ogni comportamento, esiste quasi sempre un cuore che sta semplicemente cercando il modo migliore per farsi capire.
Il Sentiero, in fondo, passa anche da qui. Attraverso quelle piccole traduzioni quotidiane che trasformano la distanza in curiosità, il giudizio in ascolto e due persone diverse nella possibilità, meravigliosa, di continuare a camminare una accanto all’altra.
Ogni cammino importante comincia con una piccola scoperta. Se queste parole hanno acceso qualcosa dentro di te, custodiscilo. Potrebbe essere proprio quello il primo passo del viaggio che stavi aspettando.
Qui a Il Sentiero, nel mio mondo buono, non ti dirò mai quale strada scegliere. Ti aiuterò semplicemente, se vorrai, a riconoscere quella che, da qualche parte dentro di te, hai sempre saputo di voler percorrere.
Con tutto il mio amore
Cinzia OverallCoach
Forse le relazioni più belle non nascono quando troviamo qualcuno che ci assomiglia perfettamente, ma quando smettiamo di voler aggiustare chi abbiamo davanti e iniziamo davvero ad ascoltarlo. È in quel momento che Marte e Venere smettono di essere pianeti lontani e diventano finalmente una casa nella quale entrambe le lingue possono essere comprese, accolte e amate.

