Stanchezza eccessiva anche senza aver fatto troppo: il sovraccarico mentale, i pensieri continui e il bisogno di alleggerire la mente
C’è una domanda semplice che, se ascoltata davvero, può cambiare il modo in cui guardiamo le nostre giornate: quante persone sei oggi?
Non è una domanda su cosa fai, ma su chi diventi mentre lo fai. Perché nel corso delle ore non attraversiamo solo impegni, attraversiamo identità. Siamo chi lavora, chi si prende cura, chi risponde, chi sostiene, chi si adatta, chi si difende, chi cerca di essere all’altezza. E spesso queste parti non si susseguono con ordine ma si sovrappongono, si accavallano, restano attive anche quando non servono più.
È qui che nasce quella stanchezza particolare che non sempre riusciamo a spiegare. Non è solo il fare troppo. È il tenere aperti troppi mondi dentro.
La mente umana è straordinaria ma non è infinita. Ha una capacità precisa di gestire ciò che è attivo nel presente e, quando questa capacità viene superata, qualcosa si affolla, si irrigidisce, si disperde. Non è un limite da combattere, è una forma di protezione. È come se dentro di noi esistesse uno spazio che può accogliere alcune cose per volta, non tutto insieme.
Eppure, nella vita di ogni giorno, accade spesso il contrario. Pensiamo di riuscire a fare più cose contemporaneamente, di essere efficienti proprio perché teniamo tutto attivo ma quello che accade in realtà è un continuo passaggio da una cosa all’altra, da una parte all’altra di noi. E ogni passaggio ha un costo. Non solo mentale, ma emotivo, corporeo, identitario. Perché non stiamo cambiando solo attività, stiamo cambiando assetto interno, modo di sentire, modo di respirare, modo di stare nel mondo.
Così, senza accorgercene, accumuliamo divise.
Divise che sono ruoli, modi di essere, identità temporanee che abbiamo imparato a indossare per rispondere alla vita. E non c’è nulla di sbagliato in questo. Le divise sono utili, a volte necessarie, ci permettono di muoverci tra le situazioni con flessibilità. Il problema nasce quando diventano troppe, quando restano attive tutte insieme, quando non c’è più uno spazio tra una e l’altra.
Allora succede qualcosa di molto sottile. Non sappiamo più davvero chi siamo in quel momento. Ci muoviamo, facciamo, rispondiamo, ma dentro si crea una specie di rumore di fondo, una fatica che non si scioglie nemmeno quando ci fermiamo. Perché non ci siamo davvero fermati. Abbiamo solo cambiato scena, ma non abbiamo lasciato andare le parti precedenti.
Esiste una soglia naturale, un limite gentile che il nostro sistema conosce. Quando le “divise” sono poche, scelte, essenziali, c’è spazio, respiro, presenza. Quando diventano troppe, quel centro che tiene insieme tutto inizia a cedere. E a cedere, spesso, è proprio la prima parte che dovrebbe restare stabile: noi.
A questo si aggiunge qualcosa che raramente consideriamo. Non tutte le divise che portiamo appartengono al presente. Alcune sono antiche, invisibili, eppure ancora attive. Sono vecchi ruoli che non esistono più, doveri che abbiamo interiorizzato, promesse fatte in un tempo lontano, sensi di colpa legati a situazioni mai davvero chiuse. Parti di noi che hanno continuato a lavorare in sottofondo, chiedendo attenzione, energia, presenza.
La mente, in modo naturale, tende a tenere aperto ciò che non è concluso. È come se ciò che è rimasto sospeso continuasse a bussare, a richiamare una forma di completamento. E così non siamo solo affaticati da ciò che viviamo oggi, ma anche da ciò che non abbiamo ancora lasciato andare.
In questo intreccio di presente e passato, di ruoli attivi e ruoli residui, diventa fondamentale ritrovare un punto fermo.
Non una nuova divisa. Non un altro ruolo da gestire.
Ma uno spazio.
Uno spazio interno che non ha bisogno di dimostrare, di rispondere, di adattarsi. Uno spazio da cui possiamo scegliere, invece che reagire. Da cui possiamo indossare una divisa quando serve e lasciarla andare quando non è più necessaria.
In questo spazio, tutto cambia.
Perché le divise non spariscono, ma smettono di dominarci. Tornano a essere strumenti, non identità. E anche gli imprevisti, che spesso percepiamo come rotture o fallimenti, trovano un loro posto. Quando arrivano, chiedono presenza, chiedono attenzione, e in quel momento tutto il resto può fermarsi senza colpa. Riconoscere questo significa smettere di sentirsi in errore e iniziare a muoversi in accordo con la realtà della vita.
Forse non abbiamo bisogno di fare di più, né di essere migliori nel gestire tutto.
Forse abbiamo bisogno di essere un po’ meno ma con presenza. Di lasciare andare ciò che non serve più. Di riconoscere cosa è davvero nostro, oggi, e cosa invece appartiene a un tempo che è già passato.
E allora, piano piano, qualcosa si alleggerisce.
Il respiro torna più ampio.
Il corpo si distende.
La mente si fa più chiara.
E in quello spazio ritrovato, può emergere una verità semplice, ma profondamente trasformativa.
Non sei tutte le parti che attraversi durante la giornata.
Sei la presenza che può scegliere di abitarle… senza perdersi.
E forse, da qui, può iniziare un modo nuovo di vivere la tua vita. 🧡
Se mentre leggi hai sentito che qualcosa dentro di te si è mosso, se hai riconosciuto quella stanchezza sottile o quel bisogno di ritrovare un centro più tuo, più vero… sappi che non sei solə in questo passaggio. A volte basta uno spazio in cui poter vedere con più chiarezza, lasciare andare ciò che non serve più e ritornare, piano, a sé. Se senti che questo è il tuo momento, io sono qui, pronta ad accompagnarti con rispetto e presenza, lungo questo tratto di Sentiero. 🧡
Dal mio mondo buono,
Con l’amore di sempre
Cinzia OverallCoach

