Allarme overbooking: qualcuno sa come si scende?

(quando la mente proietta troppi film)

Ci sono momenti della vita in cui la mente assomiglia a un aeroporto nelle ore più affollate, quando gli annunci si accavallano, le persone cercano il proprio gate e ogni direzione sembra portare a un volo diverso. Solo che, in questo caso, l’aeroporto è la nostra testa e i voli non sono aerei ma pensieri.

In inglese esiste una parola molto chiara per descrivere questa situazione: overbooking. Significa prenotazioni oltre il limite disponibile. Succede negli aerei o negli hotel quando si accettano più prenotazioni dei posti realmente disponibili e così può capitare che arrivino più persone dei posti che ci sono. E allora qualcuno resta in piedi, qualcuno si irrita, qualcuno cerca una soluzione.

Quando diciamo con un sorriso “la mia testa è in overbooking” stiamo raccontando proprio questo: troppi pensieri che cercano di salire sullo stesso volo. La mente corre, anticipa, ricorda, immagina, commenta, e a un certo punto diventa difficile distinguere ciò che sta davvero accadendo da ciò che stiamo soltanto immaginando.

La mente umana ha una capacità straordinaria: sa creare storie. Non storie semplici, ma veri e propri film, completi di sceneggiatura, dialoghi e possibili sviluppi futuri. Mark Twain lo raccontava con la sua solita ironia quando scriveva di aver vissuto molte tragedie nella sua vita, alcune delle quali erano realmente accadute. In quella frase c’è una verità sorprendente, perché molti dei drammi che attraversiamo non nascono da ciò che accade realmente, ma da ciò che la mente immagina.

Spesso tutto parte da un dettaglio minuscolo. Un messaggio che tarda ad arrivare, uno sguardo che non riusciamo a interpretare, una parola detta con un tono leggermente diverso dal solito. È lì che la mente comincia a lavorare. All’inizio sembra solo un pensiero, poi arrivano le ipotesi, e subito dopo la trama prende forma. Forse è successo questo, forse quella persona ha pensato quello, forse succederà quest’altro. Nel giro di pochi minuti siamo già al terzo atto del film, mentre nella realtà magari non è successo quasi nulla.

La cosa più curiosa è che il corpo reagisce come se quel film fosse reale. Il cuore accelera, il respiro cambia, l’energia si muove. È così che ci ritroviamo agitati o stanchi per qualcosa che, in realtà, è avvenuto soltanto nella nostra mente.

Quando qualcosa ci ferisce o ci destabilizza, poi, la mente attiva un altro meccanismo molto umano: comincia a investigare. Vuole capire perché è successo, di chi è la colpa, cosa significa davvero quell’evento. La vita però non è sempre un giallo da risolvere e non tutte le situazioni hanno un colpevole. Eppure la mente continua a cercarlo, perché dare una spiegazione crea l’illusione che il mondo torni a essere ordinato e comprensibile.

A volte, in questa indagine interiore, il sospettato principale finisce per essere proprio noi stessi. Molte persone preferiscono pensare “è colpa mia” piuttosto che accettare che alcune cose accadano semplicemente perché la vita è complessa e imprevedibile. Se è colpa mia, infatti, allora forse potevo evitarlo e questo paradossalmente dà alla mente una sensazione di controllo. È un meccanismo molto antico, ma quando diventa abituale rischia di trasformarsi in autocritica continua.

E qui nasce una confusione molto diffusa, perché spesso scambiamo l’autocritica per responsabilità. In realtà sono due strade molto diverse. La responsabilità guarda un’esperienza e si chiede cosa può imparare da ciò che è accaduto. L’autocritica invece guarda se stessa e conclude che deve esserci qualcosa di sbagliato. La prima apre una porta, la seconda chiude il cuore.

Quando la mente entra in questi meccanismi, spesso accade anche un’altra cosa: il pensiero comincia a girare in cerchio. All’inizio sembra una riflessione utile, perché ripensare a ciò che è successo può aiutare a capire meglio. Poi però la riflessione smette di essere un movimento che porta avanti e diventa una rotazione continua. Le stesse domande tornano più volte, gli stessi dialoghi vengono ripetuti dentro la testa, le stesse ipotesi si ripresentano come se fossero nuove. È come entrare in una rotonda e non trovare più l’uscita.

A volte scherzando diciamo che è come aprire il frigorifero cinque volte sperando che dentro sia comparsa una torta. La mente continua a controllare, convinta che prima o poi la risposta apparirà. In realtà ciò che cresce non è la chiarezza ma la stanchezza mentale. È un po’ come correre su un tapis roulant: ci muoviamo molto, ma restiamo nello stesso punto.

Forse una delle competenze più preziose della vita non è imparare a pensare sempre di più, ma imparare a riconoscere quando abbiamo già pensato abbastanza.

C’è infatti una differenza molto importante tra pensare e avere rumore mentale. Pensare è una funzione meravigliosa, ci permette di scegliere, comprendere, orientare la nostra vita. Il rumore mentale invece è quando la mente non smette mai di parlare. Commenta ciò che è successo, anticipa ciò che potrebbe accadere, ripete conversazioni passate, immagina scenari futuri. È come avere una radio sempre accesa nella testa. E spesso la stanchezza che sentiamo alla fine della giornata non nasce da ciò che abbiamo fatto, ma da tutti i pensieri che hanno continuato a muoversi dentro di noi.

Il problema non è avere pensieri. Il problema è quando non c’è più spazio tra un pensiero e l’altro. Perché è proprio in quello spazio che nascono la calma, la chiarezza e l’intuizione.

Ci sono poi momenti della vita in cui la mente cerca risposte che semplicemente non sono ancora pronte ad arrivare. Quando qualcosa cambia improvvisamente, quando una relazione prende una direzione inattesa, quando attraversiamo un passaggio difficile, la prima domanda che nasce quasi sempre è “perché”. Perché è successo, perché proprio adesso, perché proprio a me. La mente vorrebbe capire subito, ma alcune esperienze hanno radici molto lunghe e il loro significato si rivela solo con il tempo.

È un po’ come leggere un romanzo a metà. Se ci fermiamo al capitolo cinque, alcune pagine sembrano incomprensibili. Solo quando arriviamo alla fine della storia capiamo perché certe scene erano necessarie. Forse per questo il poeta Rainer Maria Rilke invitava a vivere le domande, ricordandoci che un giorno, senza accorgercene, potremmo trovarci a vivere dentro la risposta.

Quando la mente accelera troppo, però, pensare ancora di più raramente aiuta. È un po’ come cercare di spegnere il fuoco aggiungendo altra legna. In quei momenti può essere molto più semplice e molto più efficace tornare al corpo.

Il corpo parla un linguaggio diverso dalla mente, più lento e più concreto. Possiamo tornarci attraverso i sensi. Guardando davvero qualcosa, magari un dettaglio della natura, la trama della corteccia di un albero o la luce che attraversa le foglie. Respirando il profumo di un olio essenziale, come la lavanda che calma il sistema nervoso o l’arancio dolce che porta leggerezza nei pensieri. Assaporando lentamente un cibo che ci piace, sentendo il calore, la consistenza, il gusto che si apre piano piano.

Anche l’acqua può diventare una porta di ritorno al presente. Un bagno caldo con del sale marino e qualche goccia di olio essenziale scioglie tensioni che la mente da sola non riesce a lasciare andare. E poi c’è il respiro, che è forse il ponte più diretto tra mente e corpo. Quando rallentiamo il respiro, il sistema nervoso riceve un messaggio molto chiaro: può calmarsi.

Forse la mente non è un nemico da combattere. Sta solo cercando di proteggerci nel modo che conosce meglio, anticipando, immaginando, controllando. A volte però dimentica una cosa importante: non tutto nella vita deve essere capito immediatamente. Alcune esperienze chiedono tempo, alcune risposte arrivano solo mentre continuiamo a vivere.

E allora, quando la testa entra in overbooking, forse non dobbiamo trovare subito tutte le soluzioni. A volte basta fare qualcosa di molto semplice: respirare, guardare, sentire, tornare ai sensi.

Perché proprio lì, tra un pensiero e l’altro, si riapre lo spazio della vita.
E da quello spazio, quasi sempre, nasce la strada successiva.

Fermare per un momento il rumore mentale è già un gesto d’amore verso sè stessi, ed è importante ricordarlo. Questi strumenti possono essere un pronto soccorso gentile, un primo modo per ritrovare terra sotto i piedi. Poi però, a volte, arriva il tempo in cui non basta più calmare la superficie e diventa prezioso comprendere cosa si sta muovendo davvero nelle profondità. Se senti che questo tempo è arrivato per te, contattarmi e lo scopriremo insieme.

Con l’amore di sempre

Cinzia OverallCoach

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