Riflessioni sull’abbondanza interiore, sul confronto con gli altri e sui meccanismi mentali che spesso ci fanno sentire esclusi dal flusso della vita.
Ci sono temi che tornano spesso nelle conversazioni tra le persone, anche quando non vengono nominati apertamente. L’abbondanza è uno di questi. Non tanto come desiderio di avere di più, ma come bisogno profondo di sentirsi parte della vita, di percepire che esiste spazio anche per sé dentro ciò che accade.
Durante l’ultimo Salotto abbiamo attraversato proprio questo spazio sottile: quello in cui non è la realtà a separarci dall’abbondanza ma la posizione interiore con cui impariamo a guardarci e a confrontarci con gli altri.
Molte persone desiderano sinceramente una vita più piena, più serena, più fluida. Eppure, quasi senza accorgersene, assumono una mentalità di carenza. Osservano chi sta vivendo ciò che vorrebbero e pensano che per quelle persone sia diverso, più semplice, più naturale. È un pensiero lieve, spesso invisibile, ma sufficiente a creare distanza.
Spesso arrivano a chiedersi: perché sembra che l’abbondanza arrivi sempre agli altri e non a me?
In quel momento non stiamo più osservando una possibilità: stiamo decretando inconsciamente di non farne parte. È come uscire dal fiume e restare sulla riva, convinti che l’acqua scorra solo per qualcun altro.
Il confronto con gli altri nasce proprio qui. Non confrontiamo soltanto risultati o opportunità, ma identità. Vediamo qualcuno muoversi con sicurezza nella propria vita e traduciamo quell’immagine in una frase interna: io non sono così, io non riuscirei, per me sarebbe più difficile. L’altro smette di essere una fonte di ispirazione e diventa una misura che riduce il nostro valore.
Eppure, osservando più in profondità, emerge una verità diversa: gli altri non mostrano ciò che ci manca, ma ciò che crediamo di non poter diventare. Lo specchio non parla della loro fortuna, ma delle convinzioni limitanti che abitano dentro di noi.
Da qui nasce la sensazione di carenza. Non sempre perché manchi qualcosa di reale, ma perché ci percepiamo costantemente indietro rispetto alla vita. Quando questa percezione diventa abituale, il corpo entra in una modalità di attesa e difesa. Si rimanda, si osserva, si aspetta il momento giusto, la sicurezza perfetta, il riconoscimento esterno che autorizzi il passo.
È una postura interiore molto diffusa nel percorso di crescita personale: attendere che qualcosa cambi fuori prima di muoversi dentro. Ma mentre attendiamo, restiamo immobili. E l’abbondanza raramente entra dove qualcuno aspetta di essere salvato; entra dove qualcuno inizia a partecipare.
Durante il Salotto abbiamo visualizzato un fiume (metafora dell’abbondanza). Dentro l’acqua una persona rideva, si muoveva con leggerezza, sembrava divertirsi senza sforzo. Guardandola nasceva spontanea una sensazione familiare: per lei è facile, lei può permetterselo.
Poi è arrivata una domanda semplice e potente: cosa ti impedisce di entrare anche tu?
Guardando meglio, il fiume non era profondo. L’acqua era bassa, accessibile a tutti, anche a chi non sa nuotare. Eppure qualcosa tratteneva sulla riva. Non un divieto reale, ma una convinzione interiore.
A volte restiamo fuori perché pensiamo di non poter entrare. Altre volte perché iniziamo a guardare quell’acqua con sospetto. La immaginiamo torbida, pericolosa, quasi impura. Succede spesso anche con l’abbondanza: la associamo inconsciamente a qualcosa che cambia le persone, che allontana dalla semplicità o dall’autenticità, che potrebbe portarci lontano da ciò che conosciamo.
Così ciò che potrebbe nutrire viene percepito come qualcosa da evitare.
Non perché non lo desideriamo davvero, ma perché temiamo ciò che potrebbe chiedere in cambio: visibilità, responsabilità, cambiamento, fiducia.
Eppure il fiume non apparteneva a qualcuno soltanto. Scorreva semplicemente, disponibile. Bastava fare un passo.
In quel passo non c’era competizione né confronto. Non serviva diventare migliori, ma riconoscere di non essere esclusi. L’abbondanza interiore inizia proprio lì: quando smettiamo di misurarci e iniziamo a modellare ciò che funziona, osservando gli altri non con giudizio ma con apertura.
Perché la vita non distribuisce opportunità a pochi eletti. Spesso siamo noi a restare sulla riva troppo a lungo, convinti di non avere diritto a entrare.
L’abbondanza allora smette di essere una meta lontana e diventa una postura quotidiana: partecipare, scegliere, muoversi anche senza certezze perfette. Tornare dentro il flusso della vita con una presenza nuova, più adulta e più fiduciosa.
Forse tutto inizia proprio lì, in un gesto semplice e silenzioso: riconoscere che il fiume scorre anche per noi.
Se senti che questo e altri temi proposti ti risuonano, sarà un piacere accoglierti nei prossimi incontri del Salotto o contattami per capire come trovare la soluzione più adatta per te attraverso i percorsi proposti da Il Sentiero.
Con l’amore di sempre
Cinzia OverallCoach
“L’abbondanza inizia quando smettiamo di guardarci dalla riva e riconosciamo che il fiume scorre anche per noi.”

