Radici forti per volare alto!

Radicamento interiore: chi sei al di là delle storie che ti racconti

Quando parliamo di radicamento, spesso pensiamo ai piedi ben piantati a terra, alla stabilità, alla capacità di “restare in piedi” qualunque cosa accada.
Ma il radicamento interiore è molto più sottile: è il modo in cui ti racconti, il modo in cui ti percepisci, il modo in cui abiti la tua stessa vita.

Prima ancora delle radici nella terra, ci sono le radici nelle storie.

Le storie che ti racconti e l’identità che indossi

Noi esseri umani viviamo immersi nelle storie:
le storie su chi siamo, su cosa meritiamo, su cosa è possibile o impossibile per noi.

Da bambini, quando le emozioni non avevano uno spazio sicuro, abbiamo creato narrazioni per sopravvivere:

  • “Devo essere brava/o.”
  • “Devo farcela da sola/o.”
  • “Non devo dare fastidio.”
  • “Valgo se mi prendo cura di tutti.”

Queste frasi, ripetute nel tempo, sono diventate pseudoidentità.
Non sono più solo pensieri, ma ruoli: i forti, i capaci, quelli che non chiedono mai, quelli che sorridono sempre.

Poi arrivano le maschere familiari (“da noi non ci si arrabbia”), sociali (“devi essere sempre al top”), spirituali (“se sei evoluta non ti fai toccare dalle cose”).
E così, un pezzo alla volta, rischiamo di perdere contatto con chi siamo davvero.

A un certo punto del cammino, però, succede una cosa preziosa: queste storie iniziano a starti strette.
Senti che tra ciò che mostri e ciò che vivi dentro… c’è distanza.

È lì che inizia il vero lavoro di radicamento interiore.

Radicarsi, in questo senso, non è diventare più forti o più controllate.
È imparare a distinguerti dalle narrazioni che ti hanno protetto – e che, allo stesso tempo, ti hanno incastrato.

È dire a te stessa/o:

“Questa storia mi ha salvato.
Ma adesso non mi rappresenta più.
Mi ha aiutato a sopravvivere.
Ora io voglio vivere.”

E nasce la domanda più importante:

Chi sono io, al di là delle storie che mi racconto?

Chi sei quando non reciti più la parte del forte?
Quando non devi dimostrare nulla?
Quando non serve più essere sempre luminosa/o, sempre disponibile, sempre in controllo?

Quella parte che rimane quando smetti di recitare,
quella identità “nuda”, autentica, non performativa…
è la tua radice.

Paura di fissarsi: radicamento non è prigionia

Molte persone hanno paura di radicarsi perché confondono radicamento con immobilità.

Viviamo in un mondo che ti ripete: “Cambia, reinvéntati, non fermarti mai.”
E così, mettere radici può sembrare un tradimento verso la libertà:

  • “Se mi fermo, mi incastro.”
  • “Se scelgo, perdo tutte le altre possibilità.”

È una paura comprensibile ma nasce da un equivoco: confondiamo la stabilità con la prigionia.

La rigidità non nasce dal radicamento ma dal controllo.
Le radici vive non sono mai rigide: si muovono, seguono l’acqua, si adattano, cambiano direzione.
La stabilità non è stare fermi: è movimento intelligente.

C’è poi anche la paura di diventare “appiccicosi”, pesanti, troppo bisognosi.
La verità è che accade il contrario: si diventa appiccicosi proprio quando non si è radicati.

Quando non sai bene chi sei, cerchi nell’altro ciò che non riesci a sentire dentro.
E questo crea confusione, dipendenza, fusione.

Radicarsi, invece, significa avere una casa dentro.
Chi ha casa dentro non si aggrappa fuori.

La paura di fissarsi nasce spesso da qui:
se il Sé non è ancora chiaro, ogni scelta sembra una gabbia.
Quando inizi a sentire chi sei, la scelta diventa allineamento, non prigionia.

La fuga sottile: il desiderio di scappare prima ancora di restare

C’è poi un’altra dinamica molto comune: la voglia di scappare prima ancora di aver davvero “provato a restare”.

È quella fuga sottile, quasi pirandelliana, che ti sussurra:

  • “Cambio città.”
  • “Cambio vita.”
  • “Ricomincio da zero e finalmente sarò me stessa.”

A volte cambiare è sano e necessario. Ma spesso questa fuga non è verso qualcosa, è lontano da te.

La tentazione è quella di evaporare quando qualcuno ti vede davvero, quando una relazione o una situazione ti chiede profondità, presenza, verità.

Non scappiamo dal mondo.
Molto spesso, stiamo scappando da una parte di noi: la fragile, la sensibile, la confusa, la bisognosa.

La buona notizia è che non serve sparire per cambiare.
Puoi cambiare restando.
Puoi evolvere da radicato/a.
Puoi diventare diversa/o senza cancellarti.

Essere diversi si può.
Non serve scappare: serve darsi il permesso di cambiare restando presenti a sé stessi.

La radice ferita: quando resti in superficie per proteggerti

Non tutte le radici scendono subito.
Alcune restano in superficie, e non per mancanza di volontà, ma per paura.

La radice ferita è quella parte che ha imparato che andare in profondità può voler dire essere giudicata, non capita, lasciata sola. Ha provato a sentire, e ha fatto male.
Così ha deciso: “Meglio restare qui, in alto. Così, se serve, posso spostarmi.”

Rimanere in superficie non è superficialità: è una strategia di sopravvivenza.

Però una cosa è certa: non puoi guarire una radice che non vuoi vedere.

Il primo passo di un vero radicamento interiore è riconoscere la radice ferita:
non come difetto, ma come radice giovane, che ha bisogno di calore, lentezza, pazienza.

Quella radice non scende se la forzi. Scende se la ascolti.
Quando si sente vista, smette di percepire la profondità come una minaccia e può finalmente cercare ciò che desidera da sempre: una casa.

Radici, intimità e confini: restare in sé, non sopportare tutto

Radicarsi significa anche entrare in contatto con temi molto concreti: intimità e confini.

L’intimità non è solo vicinanza emotiva o fisica.
È presenza autentica:
Questa/o sono io, con la mia luce, le mie pieghe, le mie domande, la mia storia.”

Fa paura, perché l’intimità non lascia spazio alle maschere.
Ma è proprio lì che possiamo essere visti davvero… e anche accolti.

Per questo diventano fondamentali i confini sani.

Spesso c’è confusione tra radicamento e sopportazione: restare non significa stringere i denti e sopportare tutto. Le radici non servono a restare dove soffri: servono a restare in te.

Il radicamento è un movimento verso il tuo centro; la sopportazione è un allontanamento da te.

Mettere radici significa anche mettere confini:

  • riconoscere i tuoi limiti,
  • capire dove ti stai perdendo,
  • dire NO quando qualcosa non ti rispetta.

Il NO, detto dal centro, è una radice che scende in forma di parola: “Qui non passo. Questo non fa parte di me. Da questa linea in poi c’è la mia dignità.”

E ogni NO sano rinforza la tua capacità di dire SÌ a ciò che ti nutre davvero.

Le tempeste e le radici dell’anima

A volte le tue radici non affondano solo in questa vita.
Ci sono memorie, sensibilità, talenti, paure “senza motivo”, che sembrano arrivare da lontano: sono radici dell’anima.

Emergono soprattutto nei momenti di crisi, quando tutto trema.
Sono spesso le tempeste della vita a rivelare quanto le radici siano pronte a scendere.

Le crisi – di identità, di senso, di relazione, di percorso – non arrivano per punirti.
Arrivano nei punti in cui ti stavi trattenendo.

La tempesta non rompe: rivela.
Toglie i rami secchi, le maschere, ciò che non regge più.
E ciò che resta, dopo, è più vero, più tuo.

Spesso è proprio lì che scopri la tua forza.
La tempesta non ti chiede di essere perfetta/o: ti chiede di essere vera/o.

Il risveglio, il desiderio di radicarsi e la vera libertà

Dopo la tempesta, dopo il tremore, può arrivare qualcosa di sottile ma potente:
un senso di ritorno.

Il risveglio non è diventare qualcun altro.
È ricordare chi sei sempre stato/a, prima delle paure, delle maschere, delle narrazioni di sopravvivenza.

È la parte che dice: “Adesso sì. Adesso posso mostrarmi.”

Porta con sé pace più che euforia: una pace viva, presenza lucida, il sentire di essere finalmente in un luogo che ti somiglia.

Da lì nasce il desiderio di radicarsi: la voglia di trovare un punto in cui non devi più lottare, né fuggire, né giustificarti.

Un punto in cui puoi dire: “Questo sono io e, così come sono, vado bene.”

Ed è proprio quando non puoi più scappare che inizi davvero a vivere.
Perché vivere non è cercare continuamente qualcosa fuori ma trovare finalmente qualcosa dentro.

E allora il radicamento mostra il suo volto più bello: non è la fine della libertà, è la sua condizione.

La radice non immobilizza: permette il movimento.

Solo chi è radicato può cambiare senza perdersi, può esplorare senza dissolversi, può crescere senza frantumarsi.

Il mio mondo buono: lavorare insieme sulle tue radici

Se leggendo queste righe senti che qualcosa dentro di te si riconosce,
se avverti che è arrivato il momento di smettere di sopravvivere in superficie
e cominciare a mettere radici nella tua verità,
possiamo camminare insieme.

Nel mio lavoro di overall coach e operatrice olistica, accompagno le persone proprio in questo: ascoltare le storie, riconoscere le radici ferite, attraversare le tempeste interiori, ritrovare confini, identità, calma profonda.

Lo faccio con strumenti diversi – energetici, simbolici, corporei, narrativi – ma soprattutto con presenza, rispetto e molta cura.

Lo spazio in cui lavoro l’ho chiamato “Il mio mondo buono”:
un luogo, reale e interiore, dove puoi portare tutto ciò che sei senza doverti giustificare,
dove non sei da aggiustare, ma da incontrare.

Se senti che è il tempo di lavorare sulle tue radici, sarò felice di accompagnarti in questo ritorno a casa.

Perché una cosa, ormai, è chiara:

SENZA RADICI NON SI VOLA!

Con amore, Cinzia OverallCoach

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