Ci sono momenti in cui la vita sembra chiamare con un tono più sottile del solito. Non è un grido, non è un evento straordinario: è un punto di luce, un dettaglio che si offre, una sensazione improvvisa che invita a fermarsi. È la meraviglia, quella qualità dello sguardo che si risveglia quando torniamo davvero presenti. Non è un’emozione infantile, né un lusso poetico: è un modo di stare al mondo.
Chi ha osservato la natura con occhi attenti sa che la meraviglia non si impone, non si impone mai: si rivela. Rachel Carson lo aveva compreso bene quando descriveva la capacità di stupirsi come una forma di intimità con la realtà. La meraviglia arriva quando si smette di attraversare le giornate in automatico, quando un albero non è più “un albero”, ma qualcosa che ci parla. È il gesto di guardare ciò che conosciamo da sempre come se fosse nuovo.
E forse è proprio questo lo snodo più prezioso: la meraviglia come soglia. Joseph Campbell avrebbe detto che ogni cammino interiore inizia così, con un piccolo stupore che apre una porta. Non serve un evento epico: basta un dettaglio che risveglia un’attenzione diversa. È il momento in cui qualcosa dentro dice “ascolta meglio”, come se l’anima si spostasse di un millimetro e, così facendo, cambiasse tutto il paesaggio.
Rainer Maria Rilke chiamava questa predisposizione una forma di preghiera silenziosa. Per lui meravigliarsi significava avvicinarsi a una cosa senza giudicarla, lasciandola rivelare la sua luce nascosta, anche nelle esperienze più difficili. La meraviglia non risolve, ma rischiara. Non spiega, ma apre. È un atto di umiltà: lasciare che la vita sia più grande delle nostre interpretazioni.
Mary Oliver, invece, ci riporta al quotidiano, ricordandoci che la meraviglia non abita nei grandi eventi, ma nei piccoli sì che diciamo alla realtà. Una foglia che cade, un animale che respira accanto a noi, un raggio di sole che attraversa la stanza. Non servono scenografie. Serve presenza. E in quella presenza il mondo si fa di nuovo intimo.
Lo stesso Thich Nhat Hanh ci insegna che la meraviglia nasce dal corpo. Un passo consapevole è già un incontro. Un respiro è già un miracolo. Quando siamo qui, davvero qui, la vita smette di essere scontata e comincia a parlarci. La meraviglia non arriva dall’alto: arriva da un’attenzione che scende nei piedi, nelle mani, nel modo in cui sentiamo la terra.
Questa natura espansiva della meraviglia non appartiene solo alla spiritualità. Anche la scienza l’ha riconosciuta. In un esperimento semplice, ai partecipanti venivano mostrate immagini ripetitive intervallate da piccoli dettagli inaspettati: un colore diverso, una forma insolita. Nel preciso istante in cui qualcosa sorprendeva, il cervello si accendeva. Si aprivano le aree dell’apprendimento, della memoria, della sensibilità emotiva. Era come se lo stupore aprisse una finestra interiore. La meraviglia, in fondo, prepara il terreno al cambiamento.
Per questo le tradizioni zen parlano di “sguardo da principiante”. Un giovane chiese al maestro come risvegliarsi e si sentì dire: “Guarda tutto come se fosse la prima volta.” Quando domandò come si facesse, il maestro rispose: “Smetti di credere di sapere già tutto.” È qui che la meraviglia nasce davvero, quando lasciamo andare il bisogno di controllare e permettiamo alle cose di sorprenderci.
Anche i popoli nativi americani custodivano un insegnamento simile: consideravano la meraviglia un dovere spirituale quotidiano. Se non provavi stupore, significava che non avevi ascoltato il mondo. Per loro la meraviglia era relazione: con la terra, con gli animali, con gli antenati. Non un’emozione da attendere, ma un atteggiamento da coltivare. Una forma di presenza.
Ciò che queste voci, apparentemente diverse, ci dicono è la stessa cosa: la meraviglia è una porta. Una porta che si apre quando smettiamo di muoverci nel conosciuto e ci permettiamo di vedere davvero. È una soglia che riaccende l’anima, che espande il pensiero, che rende il mondo più grande e allo stesso tempo più vicino. La meraviglia ci riconsegna a noi stessə, in una forma più vera, più viva, più consapevole.
Ritrovare la meraviglia significa ritrovare la capacità di lasciarsi toccare.
E quando questo accade, la vita – semplicemente – torna a parlarci.
Vuoi altri suggerimenti o ti piace quello che hai letto?
Seguimi nel mio mondo buono così da farlo diventare anche tuo!
Con amore Cinzia OverallCoach

