Il Paradosso dell’Accoglienza: l’Integrità

Ci sono parole che sembrano leggere e invece pesano di significato, come pietre levigate dal tempo.
Accoglienza è una di quelle: scorre dolce tra le labbra ma dentro porta il coraggio del restare.
Accogliere non è cedere, non è dire SI a tutto: è imparare a stare nella vita così com’è, con il cuore aperto e la schiena dritta.

Non è un gesto di resa.
È una scelta di presenza.
È il modo più silenzioso e potente di dire alla vita: ti vedo, così come sei, e ci sono anche io.

Smettere di fare buon viso a cattivo gioco

Molti confondono l’accoglienza con la rassegnazione.
“Va tutto bene”, ci diciamo, anche quando dentro si muove una tempesta.
Ci adattiamo per paura di disturbare, per non sembrare deboli o ingrati, per mantenere una fragile armonia, per paura delle nostre stesse emozioni profonde (rabbia? bisogno di gridare NO? Voglia di scappare?).
Ma la verità taciuta non scompare: resta nel corpo, tra le spalle che si irrigidiscono e il respiro che si accorcia.

Accogliere davvero significa restare presenti a ciò che proviamo.
A volte è un sì, a volte è un no, a volte è solo silenzio.
È smettere di recitare la parte di chi “sa gestire tutto” e concedersi il diritto di sentire, senza giudizio.
Non si tratta di cedere ma di tornare veri.

Accogliere senza perdersi

Accogliere non significa lasciare che tutto entri.
Un’accoglienza senza confini non è bontà ma dispersione.
Ciò che la rende autentica è la misura: sapere fino a dove posso dare, dove inizia l’altro e dove finisco io.

La storia di San Martino lo racconta bene.
In una giornata gelida, incontra un mendicante e gli offre metà del suo mantello.
Non tutto: metà.
Un gesto semplice, ma profondamente equilibrato.
Martino dona ciò che può senza rinunciare a sé stesso e proprio per questo il suo gesto è puro.

Accogliere non è sacrificarsi ma condividere da un luogo integro.
Solo chi si custodisce può davvero aprirsi.

Accogliere il tempo che siamo

Accogliere significa anche smettere di lottare contro la stagione della vita in cui ci troviamo.
Viviamo immersi nella velocità: migliorare, capire, crescere, superare.
Ma la vita ha ritmi più saggi dei nostri desideri.

Ci sono periodi di espansione e periodi di raccoglimento, giorni di luce e giorni di silenzio.
Accogliere il tempo che siamo è imparare a riconoscere il valore di ogni fase, anche di quelle che sembrano vuote.
È sapere che la quiete non è immobilità ma preparazione.

La natura non forza i propri cicli: non chiede alla primavera di arrivare prima, né all’autunno di trattenersi.
Così anche noi possiamo imparare a lasciarci attraversare dai passaggi, fidandoci del ritmo che ci appartiene.

Accogliere come guarigione del giudizio

Ogni volta che accogliamo qualcosa — un’emozione, una persona, una parte di noi — stiamo sciogliendo il nodo del giudizio.
Il giudizio nasce dalla paura: serve a mettere distanza tra noi e ciò che non comprendiamo.
Ma ciò che respingiamo non scompare, si nasconde dentro, in profondità e chiede di essere visto.

Accogliere non significa approvare tutto ma riconoscere che esiste.
È dire “ti vedo” anche a ciò che non condivido.
È uno sguardo che apre, un gesto che libera.

Quando smettiamo di giudicare, torniamo in contatto con la realtà.
E in quello spazio di contatto, il cuore trova respiro.

Accogliere la vita come maestra

Accogliere la vita come maestra è smettere di chiederle spiegazioni e iniziare ad ascoltarla.
Ogni evento, anche il più difficile, porta un messaggio. La vita non punisce ma insegna attraverso l’esperienza.

Le situazioni che più resistiamo sono spesso quelle che ci mostrano dove siamo pronti a cambiare.
Quando smettiamo di opporci e cominciamo a domandarci “cosa mi sta mostrando questa esperienza?”, la prospettiva si apre.
Non tutto sarà immediatamente chiaro ma la disponibilità a imparare è già una forma di pace.

Da quel momento, le cose non accadono più a noi, ma per noi.

Accogliere sé stessi

Molti si dedicano agli altri per generosità ma sotto quel gesto gentile si nasconde spesso un bisogno di riconoscimento.
Facciamo, aiutiamo, comprendiamo ma dentro aspettiamo che qualcuno ci dica: ti vedo, vali, sei importante.
E quando questo non arriva, sentiamo un vuoto.

Accogliere sé stessi è smettere di cercarsi, di rispecchiarsi, nello sguardo altrui.
È imparare a darsi quel riconoscimento che abbiamo sempre chiesto fuori.
È restare accanto a sé anche quando nessuno ci nota, anche quando non c’è pubblico, né applauso.

Da lì nasce la libertà di amare davvero: quando facciamo perché siamo pieni e no per essere visti. Allora l’accoglienza non è più un modo per compensare una qualche mancanza ma un’estensione naturale della propria presenza.

Accoglienza come coerenza interiore

Quando la presenza diventa una qualità stabile, l’accoglienza smette di essere un’azione e diventa uno stato dell’essere.
È la coerenza tra ciò che sentiamo, pensiamo e facciamo.
È il punto in cui la gentilezza non esclude la chiarezza e la fermezza non esclude l’amore.

Accogliere con coerenza significa restare aperti senza perdersi, essere fedeli alla propria verità anche mentre si resta in ascolto dell’altro.
È una quiete viva, che non reagisce per abitudine ma risponde da un luogo centrato.
Non si tratta di assorbire tutto ma di trasformare ciò che arriva, scegliendo come esserci dentro.

In questa forma di accoglienza, la vita smette di essere una prova da superare: diventa una danza di reciprocità. Non cerchiamo più la pace: la incarniamo!

Brevemente potremmo dire che…

Accogliere non è un gesto tenero, è un gesto vero.
È la capacità di lasciare aperto il cuore quando sarebbe più facile “chiuderlo”.
È dire “sì” alla vita senza perdersi e dire “no” quando serve, senza indurirsi.
È un equilibrio che si impara restando, giorno dopo giorno, nel punto esatto in cui il sentire incontra il discernimento.

E forse l’accoglienza, alla fine, è proprio questo: l’arte di restare umani, mentre tutto cambia.

Una riflessione per te

Forse puoi chiederti: dove nella mia vita sto ancora fingendo di accogliere, quando in realtà sto resistendo o mi sto perdendo?
Forse oggi puoi scegliere un solo gesto, piccolo ma sincero, per essere più vera/o con te stessa/o.
A volte, tutto comincia proprio da qui…

“Il Salotto di Cinzia”

Nell’ultimo incontro del Salotto di Cinzia abbiamo parlato proprio di questo: dell’arte di accogliere senza perdere sé stessi, di come ritrovare radici, ascolto e presenza nelle relazioni e nel quotidiano.
questo Salotto l’ho pensato, voluto e realizzato come uno spazio gratuito di condivisione, di dialogo gentile e profondo, dove le parole diventano strumenti di consapevolezza e di cura.

Se senti che questa riflessione ti risuona, puoi unirti a noi, ogni quindici giorni, la sera del mercoledì dalle 20.30 alle 22,30 on line: un tema, una condivisione, un piccolo passo nel viaggio verso casa. Contattami per avere il link di zoom.

Ti aspetto nel mio mondo buono

Con amore Cinzia OverallCoach

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