1. Le origini di Samhain – la fine dell’estate e la soglia del tempo
Molto prima che si parlasse di “Halloween”, questa notte era conosciuta con un nome antico: Samhain(pronunciato Sòuin) .
Una parola gaelica che significa letteralmente fine dell’estate.
Per i popoli celtici, che vivevano immersi nel ritmo delle stagioni, Samhain segnava la conclusione dell’anno agricolo e l’inizio della stagione oscura.
Non c’era paura, ma rispetto. Era il momento di raccogliere gli ultimi frutti, ringraziare la terra e accettare il silenzio dell’inverno come parte naturale del ciclo della vita.
Si spegnevano i fuochi nei villaggi e si accendeva un grande fuoco comunitario sulla collina simbolo del sole che tramonta ma non scompare.
Le famiglie portavano a casa una brace di quel fuoco sacro per accendere il proprio focolare: un gesto di unione e protezione.
Era un tempo sospeso — né estate né inverno, né vecchio né nuovo anno — una vera e propria soglia e, in ogni soglia, si diceva che il velo tra visibile e invisibile si facesse più sottile.
Così nacque la credenza che, in quella notte, i defunti potessero tornare a far visita ai vivi, non per spaventarli, ma per condividere la memoria, per essere ricordati e onorati.
C’è qualcosa di profondamente poetico in questa visione: non la paura della morte, ma la consapevolezza che tutto fa parte di un unico ciclo.
I vivi e i morti non erano mondi separati, ma dimensioni che si sfioravano per un istante, come due onde che si incontrano sulla riva.
Un nuovo anno che nasce dal buio
Per i Celti, Samhain rappresentava anche il Capodanno.
L’anno non iniziava con la primavera o con il primo di gennaio ma con la notte più buia.
Un simbolismo potente: la rinascita che nasce dal silenzio, la nuova vita che germina nel buio della terra.
Un insegnamento che possiamo ritrovare anche oggi, quando impariamo a non temere le pause, i vuoti, le fasi in cui sembra che “non accada nulla”: sono proprio quelle che preparano la trasformazione.
Il fuoco, le luci e le ombre
Nelle campagne, in quella notte, si accendevano torce e lanterne per illuminare il cammino delle anime.
Le famiglie lasciavano un lume alle finestre o un piatto di cibo sulla soglia “per chi torna a casa”.
Si credeva che i defunti portassero benedizione e protezione, se accolti con rispetto.
Da questo gesto nacque, secoli dopo, la consuetudine delle lanterne di zucca.
In origine, però, non si usavano zucche ma rape.
Venivano svuotate e illuminate da una piccola candela: la luce dentro la tenebra, simbolo universale di speranza.
Quando nel XIX secolo molti irlandesi emigrarono negli Stati Uniti, portarono con sé questa tradizione.
Le rape, difficili da trovare, furono sostituite dalle zucche — più grandi, più colorate, più facili da lavorare — e così nacque l’immagine iconica che oggi conosciamo.
La leggenda di Jack O’Lantern
E qui entra in scena uno dei racconti popolari più curiosi: la leggenda di Jack il fabbro, o Jack O’Lantern.
Jack era un uomo scaltro, amante del vino e delle scommesse, che — secondo la tradizione irlandese — riuscì a ingannare il Diavolo più di una volta.
Ma, al momento della morte, né il Paradiso né l’Inferno vollero accoglierlo.
Fu condannato a vagare per sempre sulla terra, con solo una brace accesa racchiusa in una rapa per illuminare il suo cammino.
Da allora, si dice che nelle notti di Samhain il suo spirito erri con la lanterna in mano, a ricordare che nessuno può sfuggire alla propria ombra, ma anche che ogni luce, per quanto piccola, può illuminare il buio.
Le tradizioni europee e italiane
Sebbene la parola “Samhain” appartenga alla cultura celtica, tutti i popoli antichi avevano un modo per celebrare la fine del raccolto e onorare i morti.
Quando il Cristianesimo si diffuse, molte di queste feste furono integrate nel calendario religioso:
- Il 1° novembre divenne la Festa di Ognissanti, per celebrare i santi e le anime luminose.
- Il 2 novembre divenne il Giorno dei Morti, dedicato alla memoria dei defunti.
In Italia, le tracce di quelle antiche usanze sono ancora vive.
In Sardegna, i bambini girano di casa in casa chiedendo dolci “per le anime dei morti”, una tradizione chiamata Is Animeddas o Su Mortu Mortu.
In Sicilia, si racconta che siano proprio i defunti a portare doni ai bambini — come se fossero loro i veri Babbi Natale del Sud!
In Veneto e in molte zone del Nord, la notte tra il primo e il due novembre si lasciava la tavola apparecchiata con pane e vino, “per chi torna a trovarci”.
E in Puglia o Basilicata, ancora oggi si preparano dolci chiamati ossa dei morti o pupatelli, perché “anche i defunti meritano un po’ di dolcezza”.
Sono gesti antichi, ma dicono molto della nostra cultura: non la paura della morte, ma la vicinanza affettuosa con chi non c’è più.
Non è un caso che molte famiglie italiane, anche senza rendersene conto, accendano ancora una candela o parlino con i loro cari come se fossero lì.
Sono riti spontanei, semplici, ma profondamente umani.
Dalla superstizione al simbolo
Col tempo, con l’arrivo dell’industrializzazione e dei grandi centri urbani, le feste contadine persero parte del loro significato originario.
Halloween arrivò come eco americana, piena di maschere e dolcetti, e molti pensarono fosse una festa “importata”.
In realtà, è solo una versione moderna di un’antica celebrazione europea.
Dietro i travestimenti e le zucche colorate, c’è ancora il messaggio originario:
accogliere l’ombra, ricordare chi ci ha preceduti, e prepararsi interiormente al nuovo ciclo della vita.
Un piccolo sguardo simbolico
In fondo, Samhain è un momento universale: il punto in cui la luce cede il passo al buio, e la terra si ritira per riposare.
È il tempo dell’introspezione, del bilancio, del “tirare le fila”.
È l’occasione per guardare indietro e chiedersi, con semplicità:
“Cosa porto con me in questo nuovo ciclo?
E cosa lascio andare con gratitudine?”
È la stessa domanda che si facevano i nostri antenati, anche senza saperlo, ogni volta che il raccolto finiva e le giornate si accorciavano.
Una domanda che oggi possiamo tornare a porci, senza timore, davanti a una candela accesa o a una mela tagliata in due.
Feste del raccolto e fuochi d’autunno
Oltre alle usanze legate ai defunti, in molte zone d’Italia si celebravano in questi giorni anche le feste del raccolto, che chiudevano l’anno agricolo.
Si accendevano grandi fuochi nei campi, si benedicevano le sementi e si ringraziava la terra per la stagione passata.
Era il tempo dei canti lenti, del vino nuovo, delle castagne arrostite.
Il fuoco serviva a bruciare ciò che restava dei raccolti e a purificare simbolicamente il nuovo anno agricolo.
Anche questo gesto — accendere fuochi nella notte — ricorda da vicino il Samhain celtico: un modo per dire alla natura “ci affidiamo a te anche nel buio”.
Lì dove oggi vediamo folklore, c’era un linguaggio antico: il linguaggio dei gesti che uniscono la terra e il cielo.
Tra Ognissanti e il Giorno dei Morti
Nel Medioevo, la Chiesa cattolica decise di collocare la festa di Ognissanti il 1° novembre e quella dei Defunti il giorno seguente, assorbendo e trasformando le tradizioni precristiane.
Così, il significato profondo non andò perduto: restò, solo con un nuovo nome.
In fondo, celebrare i santi e ricordare i defunti non è altro che riconoscere la luce che resta e quella che si spegne, sapendo che sono la stessa fiamma.
Il cuore del messaggio
Che lo si chiami Samhain, Halloween, Ognissanti o Giorno dei Morti, il cuore è sempre lo stesso:
riconoscere la ciclicità della vita, onorare la memoria, ringraziare per ciò che abbiamo ricevuto e accettare che ogni cosa viva abbia il suo tempo.
In questo periodo dell’anno, la terra si addormenta, le giornate si accorciano, e anche noi sentiamo il bisogno di raccoglierci.
È il tempo dei bilanci interiori, dei ricordi che riaffiorano, della lentezza che prepara la rinascita.
Non è una festa di paura ma una festa di passaggio, di ascolto e di consapevolezza.
I simboli e i significati profondi di Samhain
Ogni festa antica parla attraverso simboli.
E Samhain, forse più di ogni altra, è un linguaggio di segni che ci raccontano il rapporto tra la vita e il suo continuo trasformarsi.
I Celti non avevano bisogno di spiegazioni complesse: guardavano la natura e riconoscevano in essa ciò che accadeva anche dentro di loro.
Così ogni oggetto, ogni gesto, ogni frutto della terra diventava una metafora vivente, una porta verso la comprensione del mistero.
Oggi possiamo leggerli non come superstizioni ma come immagini interiori, chiavi per comprendere il nostro cammino:
Il fuoco – la luce che resta
Il fuoco è l’elemento centrale di Samhain.
Veniva acceso sulle colline e portato nelle case per simboleggiare la luce che continua nel buio.
È il fuoco della memoria, ma anche della presenza: quella piccola fiamma che ci ricorda chi siamo, anche quando tutto intorno sembra spento.
Nella tradizione popolare, il fuoco era protezione e purificazione.
Bruciare vecchi rami, stoppie o scritti non era solo un gesto pratico ma un modo per chiudere un ciclo e lasciare andare.
Ancora oggi, accendere una candela in questa notte ha lo stesso potere simbolico: ci ricorda che l’oscurità non è da temere ma da illuminare.
Il fuoco è la forza vitale che trasforma: consuma, ma nel farlo libera energia.
Ogni volta che attraversiamo una perdita, un cambiamento, un “inverno” personale, stiamo vivendo la stessa alchimia.
È il fuoco che ripulisce ma anche quello che scalda.
La zucca – la lanterna del cuore
Oggi la zucca è il simbolo per eccellenza di Halloween, ma la sua storia è molto più antica.
In origine era la rapa a essere svuotata e illuminata: un piccolo lume per guidare le anime nella notte.
Quando la tradizione arrivò in America, la zucca prese il suo posto, portando con sé la stessa funzione simbolica: contenere la luce dentro una forma fragile.
La zucca è il cuore illuminato dell’autunno: racchiude la fiamma interiore che continua a brillare anche quando tutto intorno si spegne.
È il segno della nostra capacità di custodire la luce dentro di noi, di non farci travolgere dal buio delle cose che finiscono.
Guardarla accesa, nella notte, è come vedere un volto sorridente che ci ricorda che anche la morte può essere amica, se la si guarda con la luce del cuore.
La mela – la conoscenza e la continuità
In molte culture, la mela è il frutto dell’anima: rotonda come la ruota dell’anno, dolce e semplice come la saggezza delle cose essenziali.
Durante Samhain veniva usata nei giochi e nei riti come simbolo di fortuna, amore e rigenerazione.
Tagliata in orizzontale, rivela nel suo cuore una stella a cinque punte, la stessa forma che ritroviamo nelle rappresentazioni del microcosmo umano: testa, braccia e gambe — l’uomo in equilibrio con l’universo.
La mela ci ricorda che ogni fine è anche un seme.
I suoi semi contengono la promessa della prossima stagione, anche se ora cadono nel buio della terra.
Mangiarla, offrirla o semplicemente guardarla in questa notte significa riconoscere la nostra appartenenza al ciclo della vita.
Il raccolto e la terra – il ritorno alle radici
Samhain è il tempo in cui la terra si ritira, si chiude, si fa silenziosa.
Non è morte, è riposo.
Nelle campagne si terminava la mietitura e si ringraziava la terra con offerte di pane, vino, castagne, mele, miele: doni semplici, che avevano il sapore della gratitudine.
Il messaggio è chiaro: prima di chiedere, bisogna ringraziare.
Prima di ripartire, bisogna fermarsi.
È il momento del bilancio e della resa consapevole: guardare ciò che abbiamo vissuto, riconoscerne il valore, e accettare che non tutto è destinato a durare.
In questo senso, la terra diventa maestra di fiducia.
Ci insegna che la vita non finisce quando sembra addormentarsi: semplicemente, riposa per rinascere più forte.
“Le radici lavorano anche quando il mondo dorme.”
La soglia – il tempo sospeso
Tutte le feste di passaggio hanno un momento di “sospensione” e Samhain è proprio questo: una soglia tra due tempi.
Non più estate, non ancora inverno.
Non più vecchio anno, non ancora nuovo.
È l’attimo immobile tra respiro e respiro.
Le antiche popolazioni la chiamavano la notte in cui il velo si assottiglia:
un confine sottile in cui i mondi si toccano e il tempo sembra fermarsi.
Oggi possiamo leggerlo anche in chiave simbolica: è il momento in cui il nostro inconscio diventa più accessibile, in cui sogni, intuizioni e ricordi riaffiorano con forza.
È un passaggio interiore: dalla luce dell’azione al buio dell’ascolto.
In quella soglia possiamo ascoltare ciò che normalmente non sentiamo:
la voce delle nostre parti dimenticate, delle emozioni che abbiamo lasciato indietro, delle persone che ci hanno amato.
È il tempo in cui la mente tace e il cuore parla piano.
Il buio – l’amico silenzioso
Nelle culture moderne, il buio è spesso associato alla paura.
Eppure, per i popoli antichi, era sacro.
Era nel buio che si custodivano i semi, che si riposava, che si sognava.
Samhain è il ritorno a quel buio fertile: non la tenebra che annienta ma quella che protegge e trasforma.
Il buio è l’utero della terra, il grembo in cui la vita si prepara.
Ogni periodo di ombra nella nostra vita — ogni silenzio, ogni pausa — è un invito a tornare dentro, a rigenerarci.
È lì che si ricrea la forza per ripartire.
Un linguaggio universale
Tutti questi simboli — il fuoco, la zucca, la mela, la terra, la soglia, il buio — sono modi diversi di dire la stessa cosa:
che la vita non muore mai davvero, cambia forma, e continua a parlarci in silenzio.
Samhain ci ricorda che ogni trasformazione è sacra, che non serve opporsi ai cicli, ma imparare a danzare con loro.
E che forse, in fondo, la luce più forte è quella che impariamo ad accendere quando fuori non si vede più nulla.
Ogni volta che la terra si prepara al silenzio, anche noi siamo invitati a fermarci.
Non si tratta di malinconia, ma di ritmo naturale: l’anima segue gli stessi cicli delle stagioni.
Così come gli alberi perdono le foglie per proteggersi dal freddo, anche noi, in questo tempo dell’anno, siamo chiamati a lasciare andare ciò che non serve più — pensieri, ruoli, abitudini, pesi invisibili che rallentano il nostro passo.
Il momento del bilancio
Nei tempi antichi, la comunità faceva bilanci concreti: quanto grano abbiamo raccolto? Quante scorte abbiamo per l’inverno?
Oggi, quel bilancio diventa interiore.
Ci chiediamo: cosa ho raccolto quest’anno? Quali esperienze mi hanno nutrito, quali invece mi hanno svuotato?
Cosa desidero portare con me nei mesi di quiete?
Non sempre il raccolto è abbondante e va bene così.
Anche gli anni “vuoti” insegnano.
Anche ciò che non è cresciuto ha avuto una funzione: forse ci ha mostrato dove non eravamo pronti, o cosa vogliamo davvero seminare la prossima volta.
“Samhain ci insegna a guardare la vita non come un elenco di successi ma come un campo di esperienze da cui imparare.”
Prendersi il tempo per questo sguardo è già un rito: un atto di consapevolezza e gratitudine.
Il lasciar andare
In natura, l’autunno è un momento di distacco.
Le foglie cadono senza resistenza, il vento le accompagna a terra e la pioggia le trasforma in humus.
Non c’è dolore in questo movimento, solo maturità: ciò che è compiuto si offre alla terra per nutrire il futuro.
Così anche noi, in questo tempo, possiamo imparare a lasciar andare con rispetto ciò che non serve più:
una paura, una fatica, un modo di pensare, una relazione che ha fatto il suo corso.
Lasciare andare non significa dimenticare, ma riconoscere che ogni cosa ha avuto il suo tempo e la sua funzione.
È un atto di fiducia nella vita, un dire: “posso fare spazio, perché credo che tornerà il nuovo”.
Il riposo fertile
Il buio di novembre non è vuoto: è grembo.
Nel mondo contadino, i mesi invernali erano il tempo della preparazione: si riparavano gli attrezzi, si raccontavano storie, si tramandavano saperi.
La terra dorme ma le radici lavoravano.
Allo stesso modo, anche noi abbiamo bisogno di un periodo di silenzio, di non essere sempre in produzione, di permetterci la quiete.
Questo è il momento ideale per coltivare l’interiorità: scrivere, meditare, camminare lentamente, stare vicino al fuoco o alla propria luce domestica.
Tutto ciò che in primavera germoglierà nasce ora, nel silenzio.
È il tempo del “non ancora”, il respiro sospeso che prepara la rinascita.
Dialogare con la propria ombra
Uno dei significati più profondi di Samhain è il riconoscimento dell’ombra.
Non come qualcosa da combattere, ma come parte di noi che merita ascolto.
È la stagione in cui emergono i ricordi, le emozioni nascoste, i pensieri che durante l’anno abbiamo spinto da parte.
Possiamo accoglierli come si accende una lanterna nel buio: non per spaventarci, ma per comprendere.
L’ombra non è nemica, è maestra.
Ci mostra dove ci siamo protetti troppo, dove abbiamo avuto paura, dove non abbiamo ancora perdonato — gli altri o noi stessi.
Guardarla è un atto di coraggio gentile, che prepara la liberazione.
Aprirsi al nuovo ciclo
Dopo la resa e il silenzio, la ruota ricomincia.
Samhain è anche un “Capodanno interiore”, una soglia in cui si chiude ciò che non serve e si apre lo spazio del possibile.
Non serve sapere cosa accadrà: basta fidarsi del processo.
Questo è il momento per formulare un’intenzione semplice, non un obiettivo, ma un seme: una qualità che vuoi coltivare, un modo di essere che desideri far crescere in te nei mesi che verranno.
Può essere la calma, la fiducia, la gratitudine, la chiarezza.
Scrivila, o semplicemente pensala davanti a una candela.
Lasciala germogliare nel tuo cuore.
Non forzare nulla: la terra sa quando è tempo di far nascere.
La saggezza della stagione
Samhain, in fondo, ci insegna che non tutto va illuminato, non tutto va capito subito.
Alcune cose hanno bisogno del buio per trasformarsi.
Così come il seme, per germogliare, deve restare invisibile per un po’.
È il momento di confidare nel ritmo della vita, di non avere fretta, di fidarsi dell’invisibile.
Ogni anno, quando la luce cala e la nebbia sale, possiamo ricordare che non stiamo perdendo nulla: stiamo solo tornando alla radice della vita
Se senti il richiamo del cambiamento — del tornare alle radici, del riconnetterti con ciò che sei — ti invito a esplorare insieme un percorso: un cammino dove archetipi interiori, bioenergetica, tecniche olistiche si intrecciano per sostenerti. È il tuo “mondo buono” che ti chiama, e dentro quel mondo possiamo camminare insieme.
Hai voglia di compiere questo passo? Inizia con un respiro profondo, ascolta la luce che c’è in te, e poi… fai un passo. Io sarò lì.
Con amore
Cinzia OverallCoach

